Editoriale / Editorial

 

LAZAGNE ART MAGAZINE #12

by Andrea Bruni

 

LO SCHERMO DIPINTO 

Quel dandy sadico di Peter Greenaway, al pari di un Godard che ha studiato a Brera, va dicendo che il cinema è morto, anzi, non ha mai saputo evolversi, restando bloccato a Piero della Francesca, alle sue prospettive rigorose prospettive (che condizioneranno il Rinascimento), senza raggiungere mai le asperità delle Avanguardie. Un’arte, insomma, bloccata per inerzia, alla sua fase primigenia, con mille strade ignote (hic sunt Leones) ancora da esplorare. Stando alle parole del papà de “Le valigie di Tulse Luper” con le sue immagini dispettosamente decostruite, dovremmo vedere l’opera del regista-pittore anglosassone come l’unico tentativo di andare oltre i dettami dell’Accademia più ammuffita. 

Niente di più falso, se si pensa che già nel 1927 quel titano di Abel Gance tentò, col suo “Napoleon”, la “Polyvision” utilizzando contemporaneamente ben tre schermi cinematografici. 

0 a 1 per il Cinema, caro Greenaway. 

Ed anche per quel che riguarda l’uso del colore si può tranquillamente affermare che ogni regista degno di questo nome usi la macchina da presa come una tavolozza. 

Già negli anni d’oro del Nostro Cinema, i maestri lo hanno dimostrato con cristallina evidenza: Il Conte Rosso, Luchino Visconti, con le sue carrellate intinte nello “spleen”, sembra non abbandonare mai le assi di un palcoscenico: par quasi di vedere i riccioli di polvere che si innalzano al movimento degli attori, costantemente vessilli di antichi e futuri disagi. Pasolini scopre il potenziale della messa in scena “en plein air” con un rigore che incastona ogni congregazione umana in una tela da scuola fiamminga. Fellini gioca con le proprie ossessioni in un limbo ove la luce del sole non può mai scaldare le umane genti.

E vogliam parlare del pittore prestato al cinema per antonomasia? 

David Lynch? 

Già tempo fa scrissi: 

Il cinema di Lynch è un labirinto. 

Un dedalo alla Escher, irto d’ostacoli e di repentine deviazioni. 

Un buio palpitante, uterino, lo avvolge. 

E’ facile perdersi in esso. 

Si entra nelle tenebre e non se ne esce più. 

Ma non tutti sono condannati al pozzo nero, 

celato da un manto di velluto. 

Trovata la chiave, si svela la luce. 

E si sale, si sale, si sale. 

La “natural burella” si spalanca su di un cielo 

che ti fa piangere da quanto è bello. 

(In Heaven everything is beautiful) 

Basta cercare, e scovar la propria chiave. 

Che può esser dietro a un termosifone. 

O nella veranda di una casupola di legno a Mount Zion, 

nel Wisconsin. 

O sul marciapiede (lastricato di stelle) 

dell’Hollywood Boulevard. 

LAZAGNE ART MAGAZINE #11/ Biennale Disegno Rimini

by Massimo Pulini

 

Tra le immagini che scegliemmo a simbolo della prima edizione della Biennale Disegno spiccava il bellissimo e allegro Ritratto di
fanciullo con disegno in mano di Giovan Francesco Caroto (Verona 1480 - 1555), conservato nel museo veronese di Castelvecchio.
Si rimane incantati dalla sincerità di quell’artista che ritraeva il figlioletto dai capelli rossi, nell’atto di mostrare un proprio
‘scarabocchio’. Forse il bambino, a sua volta, aveva ritratto il padre al lavoro in quel pezzo di carta stropicciato e nel suo sorriso c’è tutto l’orgoglio di un primo risultato, la pura meraviglia di fronte a quel che la mano può riuscire a creare su di un foglio.

Pochi mesi fa quel quadro, che non ebbe eguali nella coeva storia dell’arte e che dovette attendere il XX secolo per trovare paragoni di modernità, è stato rapito assieme ad altri sedici dipinti. Una banda organizzata, con pistole in pugno, ha sequestrato il custode e razziato diverse opere del museo scaligero. Proprio in questi giorni, dopo mesi di silenzio assoluto, ci sono stati sviluppi di indagine che hanno portato all’arresto dei malviventi, ma ancora dei quadri non si ha notizia.

Come è capitato in altre occasioni si è puntato ad assicurare alla giustizia i colpevoli, dimenticandosi il rischio di distruzione che
le opere possono correre. Ci auguriamo che tutto vada per il meglio, ma quei dipinti non sono una semplice ‘refurtiva’, sono individui rapiti, unici e insostituibili.

Nell’inaugurare la seconda edizione di questa rassegna internazionale del Disegno, manifestiamo la stessa apprensione che avremmo
per una vita sequestrata e offesa. Quel dipinto veronese ci parla del disegno come nido della creazione.  

Solo nel corso del Novecento si è diffusamente compreso quanto hanno da insegnarci i bambini in questo campo.
Soprattutto quelli in età prescolare, ai quali non hanno ancora tolto le ali, dimostrano nell’atto di disegnare una relazione diretta
col mondo più incantato e nucleare.

Anche il disegno che il figlio di Caroto teneva in mano ci appare come un frammento a noi contemporaneo, incastonato in una tavola
del XVI secolo. Ci ricorda, in qualche modo, la franchezza e l’ironia di alcuni disegnatori come Saul Steinberg, al quale due anni fa abbiamo dedicato il Festival Disegno (mentre oggi l’omaggio va ai compianti Pirro Cuniberti e a Mario Brattella).
Ora, un’opera del grande artista statunitense di origine rumena, viene esposta a Rimini. È un foglio inedito, riempito di firme inventate, finte, attraverso le quali Steinberg disegna la scrittura e, in quell’apparente assenza di tema, riesce a prendersi gioco della nostra quotidiana retorica.
È inserito nella mostra Profili del Mondo, che dà il titolo all’intera rassegna. Un’edizione costruita, come un castello di carte,
dai disegni che raccontano il mondo, che ne hanno descritto i confini tra terra e mare, che hanno catalogato le specie dei tre regni,
che hanno ritratto paesaggi e corpi umani con l’intento di conoscere e comprendere, di narrare e ricordare.

Il seme della prima Biennale Disegno Rimini venne gettato per caso, in un giorno di neve e sugli scalini di piazza Cavour, davanti alla FAR. Si era appena inaugurata la mostra di Serse, uno dei più importanti disegnatori contemporanei e l’amico Franco Pozzi, anche lui artista, appassionato ricercatore di disegni e di storia, lanciò l’idea di una rassegna interamente dedicata a questo sensibile argomento, dal quale scaturiscono tutte le arti.

Tutti quelli che lavorarono negli uffici comunali hanno dato il loro importante contributo, dal Sindaco agli Assessori, dal settore
della segreteria a quello dell’amministrazione, dal Museo della Città all’ufficio stampa, dagli allestitori ai trasportatori,
ma se non ci fosse stato l’impegno dell’ufficio mostre, di Annamaria Bernucci, Piero Delucca e Alessandra Bigi Iotti, e se non ci fossero stati gli altri studiosi del disegno come Eleonora Frattarolo, Giulio Zavatta, Marinella Paderni, Egisto Seriacopi e Alessandro Giovanardi
questa impresa non si sarebbe compiuta. 

Le ventiquattro esposizioni che vennero aperte due anni fa sono testimoniate, meglio di ogni altro strumento di memoria, dal numero speciale della rivista Lazagne Art Magazine, la cui redazione ha saputo interpretare graficamente, e commentare nei concetti, il grande lavoro svolto. A Stefano Tonti va il merito di una geniale campagna di comunicazione.

Fu indispensabile anche il supporto della casa editrice Medusa per la composizione dei cataloghi filologici, ora affiancata da NFC.

Allora come oggi, fondamentale si è dimostrato il contributo di alcuni storici e critici d’arte che hanno fornito le proprie competenze
e le relazioni con i collezionisti e i musei, con le gallerie e le biblioteche, curando diverse delle mostre offerte. Indimenticabile il ruolo
di Mario Brattella che ideò l’allestimento di Basoli e che ora ci manca. 

Si può dire inoltre che molte componenti della città hanno aderito alla nostra chiamata fornendo aiuti e risposte, attraverso anche il circuito Open che ha visto allestire in negozi, librerie, studi di architettura e design, numerose e importanti piccole esposizioni, frutto di iniziativa privata. Anche le istituzioni del territorio, l’APT e l’IBC, oltre all’assessorato regionale alla Cultura, hanno sostenuto il progetto nel suo
evolversi, così come è stato proficuo il lavoro di rete avviato con la Fondazione Tito Balestra di Longiano, il Musas e il Festival
di Santarcangelo dei Teatri, con le Università riminesi e Sammarinesi, con le Accademie di Belle Arti di tutta la regione, con i festival
di Cartoon Club e Mare di Libri.

È recente il risultato istituzionale più rilevante, quello che ha visto la stesura e la firma di un accordo con il Polo Museale
dell’Emilia Romagna, che prevede la collaborazione e la firma congiunta delle prossime tre edizioni, almeno fino al 2020.

Tutto questo chiede alla Biennale Disegno Rimini di diventare adulta in tempi rapidi, la speranza è che ci riesca senza togliersi le ali.

LAZAGNE ART MAGAZINE #10

by Ettore Siniscalchi

 

Ricordare per non fare gli stessi errori.
La memoria dei morti e delle guerre.
I riti istituzionali, gli speciali in Tv e quelli
di carta. La memoria-strumento, da usare
per migliorare il futuro.
Lo crediamo, lo credevo, ci credetti,
ora non più.

La memoria è un fatto privato. Non ce ne si serve, c’è o non c’è. La conoscenza, forse.
I cammini dell’inferno lastricati di buone
intenzioni, gli errori e gli orrori, gli sterminati per salvarli e i salvati per sterminarli,
i rinchiusi, i desaparecidos, i bruciati per un dio o contro un dio, le donne violate, le fughe dalla guerra, dalla fame, dall’odio religioso,
economico, etnico, non devi ricordarli ma
saperli. 

Che il fuoco bruci non lo ricordi, lo sai.

La memoria è la nostra scatola
che si può aprire, che apro.
Sono cose mie.
Se credete di ricordarle vi sbagliate.

 

I pomeriggi sotto i fichi, la noia e il sole.
Le corse in bici, le figurine, le edicole d’estate con le buste con fumetti, palloncini e pistolette a spruzzo. I ghiaccioli, le biglie di plastica coi ciclisti, Carioca Joe e le sue gambe lunghe, L’occhio di Zoltec. Tiramolla, Geppo e Nonna Abelarda. Jacula, Oltretomba e Lucifera.
Lo Sconosciuto, l’Omino Bufo, L’Eternauta,
La Linea, Carosello, il Pianeta Papalla, il Super Santos, i numeri di Photo con le foto
porno della Belle Epoque. I soldatini dell’Airfix (inglesi e tedeschi, armata rossa e
americani, giapponesi e australiani).
Il Subbuteo, i modellini della Solidò
con l’accento sulla o e quelli della Dinky Toys. Big Gim, Madelman, G.I. Joe.
Il Meccano e le bottigliette di Zabov. De Filippo, Dov’è Anna, A come Andromeda,
Ho incontrato un’ombra. L’Orlando Furioso,
La baronessa di Carini, Karen Blake
inseguita dal feticcio. L’odore dei mandarini
della Coccoina e dell’arancione chiaro
dei pennarelli Carioca. 

Tutta roba mia, personale, privata. 

Le vacanze fino a ottobre, le vetrine illuminate
nel buio precoce dell’autunno, i grembiuli,
i bambini per strada, a gruppi, a bande,
di notte. Strade e piazze come campi di pallone, bagni nelle fontane, le parrocchie, i giardinetti,
i bulli, le zone off-limits, la droga,
quelli che lo tirano fuori.
Pippi Calzelunghe, le feste dell’Unità,
L’isola dei gabbiani, I Thunderbirds, Saturnino Farandola, Ufo, Il Prigioniero (Il numero sei,
il club mediterranée-prigione, la palla, la sigla). Le sigle, i cartoni la domenica, le comiche,
Supergulp, i doppi spettacoli al cinema,
le manifestazioni, Alto gradimento, le radio
sulle partite, gli uomini che profumano di
Fernet, Acqua Velva e tabacco. I cinema
parrocchiali, i cinema ovunque, pieni di gente, che fumava, alcuni coi tetti che si aprivano.
La Dolce Vita, le rassegne di fantascienza, i film di Totò, Amici miei, De Sica, i cinema d’essai con un film al giorno. Electra Glide, Yellow Submarine, Harold e Maude, La Torta in Cielo, Zardoz, Paper Moon.
La morte di Pasolini, Vermicino, le bombe nei treni, quelle nelle stazioni e quelle nelle piazze, i garibaldini, la Seconda Guerra Mondiale e lo sbarco dei Mille. Ulisse, Pinocchio, Joe
Petrosino, Sacco e Vanzetti, Storia di un
maestro. Il ragazzo selvaggio, I quattrocento colpi, le lotte contadine, i parenti emigranti, gli antichi romani, Sandokan, l’allunaggio,
scendiamo giù dai monti / a colpi di fucile / evviva i partigiani / è festa d’aprile.
Il Vietnam, i Carbonari, i cow boy e gli indiani, gli anni ‘70, i ‘50, l’800, il futuro.

 

Percorrevo una strada che procedeva da tempi lontani e proseguiva a venire.
Eravamo nel flusso. Quando si è interrotta la continuità?
Non lo ricordo.

LAZAGNE ART MAGAZINE #7 Tyche e il Fato

by Tommaso Labranca

Ed ecco la pioggia, l’invasione di formiche, il fallimento della low cost, il Luminol.

Dietro la maschera di Tyche, dea della fortuna, si nasconde sempre la sorellina pestifera, Nemesi. L’unica arma con cui possiamo sconfiggerla è affidarci al caso. Facciamo il picnic quando, al risveglio, c’è il sole. Partiamo senza guide turistiche su cui abbiamo sottolineato le cose da vedere. Non programmiamo la nostra vita se già pianificare una mattinata è impossibile. E per far fuori la suocera sempre meglio il vecchio, incruento veleno per topi. 

Sembra che le comete siano originate dalla Nube di Oort, ai confini del sistema solare. E si presuppone che accolga un enorme pianeta chiamato Tyche. Nome azzeccato: perché da lì, a cavallo di rapide comete, partono gli eventi che vengono a romperci le uova nel paniere. O, come dicono con più pragmatismo gli anglosassoni, fanno piovere sulla nostra sfilata.

Tutti in fila pronti a partire, con le divise fresche di lavanderia, il cestino della merenda colmo, i biglietti aerei prenotati sul Web mesi prima, i dettagli ben oliati del delitto perfetto. 

 

It appears that most comets come from the Oort Cloud, which lies at the edge of our solar system. Presumably, this Cloud also hosts an enormous planet called Tyche. An appropriatename: it’s from there, amongst all those quick comets, that cosmic events begin which will come bother us down here. Or, as the most pragmatic Anglo-Saxons say, will rain on our parade. 

Everyone’s at the front of the line raring to go, suits pressed, lunch boxes full, your airplanetickets were booked months before, the details of your perfect crime have been smoothed out; Then comes the rain, the ant invasion, the company’s failure, the Luminol. 

Behind the mask of Tyche, goddess of fortune, hides her pestering sister, Nemesis. The only weapon we have against her is chance itself. We’ll prepare the picnic at dawn, when it’s sunny out. We’ll leave without tourist guides telling us what to see. We won’t plan our life if it’s obviously impossible to plan a single morning. And if you really need to get rid of your mother-in-law,it’s best to use some good old-fashioned rat poison. 

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