OZMO

 

 

LAZAGNE ART MAGAZINE #3

INTERVISTA A OZMO

 

E’ una questione di misura.

Chi guarda un piccolo schermo, uno smartphone, un monitor  o una qualsiasi realtà deviata dalla comunicazione non si è mai scontrato con le “immagini”.

Grandi, grandissime, come le facciate dei palazzi o angoli industriali, superfici in balia della realtà, ma anche piccole, tag, icone feroci o ironiche che sbucano in angoli anonimi di strade conosciute.

Possono essere anche pesanti come gli intonaci, i mattoni la polvere a la vernice o leggere come il fruscio dei pennarelli rigorosamente neri.

 

La materia di OZMO si fonde con il lato sporco della materia e il più sacro dei simboli; un gioco sofisticato di citazioni alte e basse come un mash-up tra Bach e i Pubblic Enemy …

 

• Io preferisco Mozart … e lo mixerei con Eminen

In realtà non ascolto hip hop in genere, ho ascoltato un po di rap italiano ma quello americano ho cominciato solo adesso a capire lo slang. Non lo capivo molto la lingua, poi sono stato a New York  e un po’ a Londra, alla fine sul campo ho migliorato!

 

… come musica preferisco il Calypso, perché secondo me fonde meglio le caratteristiche di queste due citazioni. Il pezzo che vi ho indicato – io ascolto sempre pezzi Calypso rigorosamente pre anni ’70 – ha un suono molto ingenuo, molto folkloristico che arriva dalla tradizione caraibica, ma è mischiata anche con influenze che hanno dato luogo in tempi contemporanei (dagli anni 70) allo ska e al raggae... scoprirete dei pezzi che al tempo stesso sono dei classici e hanno il seme di quello che poi sarà la musica “in levare” … anche la pratica del freestyle nel rap, deriva dai calypsonian che durante il loro carnevale disputavano una “guerra” in rima, la Calypso War, dove chi vinceva diventa il Calypso king dell’anno, quindi il Calypso war non è altro che l’antenato delle battle di freestayle nell’hip hop ovvero sfide di rime dove l’avversario deve rilanciare alla sfida

 

approfondendo la ricerca ho scoperto anche una radice che si ricollega ai “trovatori francesi”, perché le isole di Trinidad e Tobago (isola dove è nato il calypso) sono state a lungo dominate dai francesi, poi le influenze afro, creole e cajum; i calypsonian anni 50 si ispiravano al modo dei trovatori francesi, i poeti musicisti del 1200 europeo e medioevale

 

Musica e ritmi africani che si fonde con mondo dei trovatori; lo ritrovi nei loro testi dove si parla di eventi storici o episodi di una memoria dell’africa del passato; un modo per comunicare ad altri ex schiavi la propria memoria o il proprio passato anche raccontando di eventi contemporanei in musica, come i cantastorie…

 

 

• Le tue storie di immagini hanno un peso, una “forma evocativa” (cit. da una tua intervista recente) anche se spesso sono alla sintesi formale assoluta con bianchi e neri, al tratto e isolate (Pre-Giudizi universali le mie preferite come anche le icone isolate che si snodano su un muro di cinta dell’Attack Festival ) …

 

• be, il bianco e nero è l’ossatura dell’immagine, o meglio si può ridurre l’aspetto pittorico, l’immagine si può ridurre al disegno, l’espressione più sintetica del disegno è l’impostazione grafica dove il disegno la fa da padrona.

 

 I tuoi lavori suscitano meraviglia, non ci si può sottrarre a leggere il codice della memoria che ci fa riconoscere un dannato michelangiolesco o le orecchie di topolino…

mi piacerebbe pensarlo come un nuovo linguaggio pop, che si riappropria della propria esperienza visiva …

 

• nel 2003 ho cominciato a lavorare come Ozmo, con questa impostazione enciclopedica delle immagini che si rincorrono e che si mixano tra contemporanee, storiche ecc.

Quel tipo di ricerca veniva subito dopo una mia esperienza nel mondo dell’arte, lavoravo per un gallerista di Milano per il quale io dipingevo quadri molto colorati, impegnativi … io dipingevo ad olio immagini che scattavo con la macchina fotografica digitale, utilizzando situazioni di estrema oscurità o luminosità, quelle immagini che erano al tempo stesso iperrealiste ma anche astratte e le ridipingevo su tele di grandi dimensioni.

Questi oggetti-quadro mantenevano questa corrispondenza funzionavano ma dopo aver dipinto per un po’ per il gallerista (avevo un’esclusiva e mi sosteneva acquistando tutti i miei pezzi) cominciò a decidere cosa dovevo fare e voleva entrare in merito alle mie scelte non artistiche, ma strategiche ….

Contemporaneamente, in maniera spontanea, ho cominciato a esporre come “Ozmo”, ho iniziato a disegnare in strada e a fare interviste … e mi sono reso conto che questo aspetto più ludico, più  leggero mi attirava di più.

Quando dipingevo ad olio utilizzavo i materiali più costosi, i colori ad olio migliori … prima facevo le fotografie, sceglievo le foto, selezionavo quelle da riprodurre in pittura, poi facevo una ricerca sul colore e cercavo i colori ad olio giusti e cominciavo il lavoro vero e proprio…un lavoro lunghissimo e costosissimo e anche faticoso.

Ozmo era l’opposto e lavorava in maniera diversa … utilizzava materiali di recupero, carta, poster in pvc di pubblicità, teli da affisione che all’epoca rubavo in giro per la città (adesso invece me le regalano!) dipingendo su queste superfici di recupero, i pennarelli che uso sono quelli che si trovano normalmente in qualsiasi negozio di colori, gli Uniposca, e invece di lavorare su una ricerca basata sul colore, ho ridotto il tutto ad una dimensione assolutamente sintetica.

Dall’aspetto spichedelico con immagini tra iperealismo e astrattismo sono passato ad una babele di segni, tra iconografie che si intrecciano che all’occhio dello spettatore suscitano una serie di storie possibili.

 

• Street artist, outdoor, museo, art director, curatori, esposizioni … l’etichetta facile per un artista ibrido e mutevole è in agguato, ci si convive oppure occorre sempre avere una via d’uscita?

 

Si forse è stata una via d’uscita… ma poi ci sono in qualche modo rientrato, nel senso che l’aspetto esteriore del lavoro può diventare un problema, qualsiasi certezza o abitudine diventa caratterizzante e di conseguenza limitante in termini di energie per andare avanti.

Occorre mettersi alla prova e cercare altre vie e scopi che non sia semplicemente fare soldi, atteggiarsi a fare l’artista o esporre in una galleria … all’inizio si poteva pensare che questo fosse un punto d’arrivo ma mi sono reso conto che non erano le cose che mi soddisfacevano, non era quello che volevo veramente.

I soldi non i ho più fatti (ride ndr.) e più che atteggiarmi ho preferito essere artista e la sfida è sempre aperta.

 

Intanto ho fatto pace con la pittura, ho ricominciato a dipingere ad olio e reintrodotto il colore per cui di fatto adesso ho chiuso un po’ il ciclo. Una volta che ho esplorato l’aspetto grafico, il disegno, la pittura tradizionale ad olio (che poche persone hanno visto e conoscono) adesso la sfida prossima è quella di sintetizzare  tutto questo e realizzare delle opere interessanti …soprattutto per me.

Mi sono sempre un po’ complicato la vita, non mi sono mai accontentato di fare lo stesso quadro, purtroppo o per fortuna il lavoro dell’artista è la ricerca, se lo fai sul serio e se non ci si accontenta di essere solo una “posa” e ti metti in discussione, riuscirà ad arricchirsi in quello che può scoprire di nuovo ma anche su quello che può scoprirà su se stesso …

 

• Madonne funky, tarocchi terribili, sponsor invadenti e opere d’arte immortali … privilegi comunque il segno piuttosto che il marketing, che ha contraddistinto gli (ormai ex) street artist – nel film di Banksy  exit through the gift shop Guetta crea un’ officina di collaboratori che lavora per lui con stampanti e computer – mentre anche alla luce delle tue recenti collaborazioni i segni si intersecano e convivono (i lavori in collaborazione con Jeremy Fish)…

 

Solo il wallapanting è statorealizzato insieme poi abbiamo presentato le nostre opere separatamente. Jeremi fish non è un writer, è uno skaters artista con molta esperienza nelle prints, nelle grafiche underground della weast coast e a San Francisco, ma non ha mai dipinto illegalmente non è un writer di formazione.

È stata una bella mostra,ci siamo divertiti, lui è un gran professionista e da lui ho solo da imparare, poi gli americani hanno questo aspetto un po da “boscaioli”, arrivano fanno la loro posa, senza sbavature perfetta … può essere al massimo questi il loro difetto, di essere un po’ rigidi, nel sapere dove sanno già dove andare a parare, un po prevedibili.

La loro forza, rispetto a chi lavora in Italia è il numero di uternti a cui si rivolgono … come nella musica o nell’arte se sei bravo a far qualcosa hai un audience di molto superiore a quella nostra… metti di creare un brano musicale e che questo venga donwlodato da 5 milioni di persone .. in Italia al massimo sono 5000 anche se il costo di una stampa è di 10 dollari per un tot di pezzi venduti riesci a camparci, in Italia non è sdoganato questo sistema.

 

Purtroppo il fattore economico fa la differenza e i numeri lo rappresentano  … questo permette alle sottoculture di trasformarsi anche attraverso questi stimoli, non sono meglio di noi, ma loro hanno la possibilità di crescere e di supportare in tranquillità la ricerca e il lavoro.

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