Artissima Ovale: Carlos Pazos

11/11/2016

L¹opera di Carlos Pazos (Barcellona, 1949) s¹inseriesce, come scrive Manolo Borja-Villel, ³dentro l¹estetica del silenzio e del vuoto. Il reale
s¹instaura nell¹opera di Pazos sotto le sembianze del vuoto, l¹arte non possiede referente esterno e l¹oggetto rimanda sempre a una finzione.
Per questo motivo, la tensione che sorge tra il collage e la rappresentazione del vuoto è uno dei risultati più interessanti dell¹ artista².
Carlos Pazos, vincitore del premio Nazionale di Arti Plastiche nel 2004, oppone resistenza al lasciarsi etichettare dentro una delle comode
definizioni della Storia dell¹Arte. Al contrario, tanto nel panorama spagnolo como internazionale, occupa una posizione solitaria, una Œterra di
nessuno¹ tra l¹Informale e il Concettuale. Il suo percorso comincia nel contesto dell¹arte Pop europeo e da subito abbraccia la poetica dell¹oggetto
e dell¹assemblage. Il linguaggio formale di Pazos, esigente e raffinato, contiene riferimenti piuttosto diversi come l¹Arte Povera, il Neodadaismo e
l¹estetica del silenzio di Duchamp, Warhol e Broodthaers.
Per Artissima 2016, ADN Galería presenta un grupo di opere essenziali para Pazos: i collage degli anni 70 e quelli del Livre de Brouillon degli anni
80. Rispetto all¹opera tridimensionale che ha goduto di una vasta e continuata presenza internazionale, queste opere sono meno consciute. Pazos
usa il collage come mezzo espressivo, il collage è la rappresentazione del suo personale universo dove il reale s¹inserisce come assenza, come uno
specchio di un quotidiano spoglio e rivisitato attraverso una ironía acida. ³Non esiste un referente per l¹arte e l¹oggetto rimanda sempre alla finzione.
La rappresentazione del vuoto è uno dei risultati più interessanti dell¹universo di Carlos Pazos, che lo relazione con il concetto di abiezione
cosí come è stato definito da Bataille e gli conferisce una rilevanza notevole anche oggi²1. Si tratta di una serie di idee, forme e ossessioni
che nutrono un universo unico e riconoscibile cosí come quello di Carlos Pazos.

 

 

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