Intervista a Elena Dolcini / Diffusa Contemporanea _ Premio 1502

12/11/2017

Si è appena conclusa a Forlì la mostra 1502 - Biennale Giovani 2017, legato all’omonimo concorso per giovani artisti del territorio romagnolo, nella pregevole sede dell’Oratorio di S.Sebastiano, spazio espositivo di storica memoria e piccolo gioiello architettonico integrato nel complesso dei Musei San Domenico di Forlì.

 

Un ‘progetto’ virtuoso, con l’obiettivo di proporre l’Arte Contemporanea nel tessuto culturale di una città ancora timida nel rapporto con l’arte e ancora in fase di recupero di un’identità storica non ancora espressa pienamente.

 

Una sfida per Elena Dolcini e il gruppo Diffusa-contemporanea, che da circa due anni, hanno intrapreso un percorso di “alfabetizzazione” dell’Arte contemporanea attraverso un dialogo costante tra la città, gli operatori culturali, le personalità dell’arte e le nuove generazioni di artisti che intraprendono spesso strade difficili e originali.

 

1502_ è stato un progetto molto sentito ed anche una esperienza espositiva che mancava da molto tempo a Forlì, (l’ultimo concorso si è svolto nel 1995, non senza polemiche e nessun serio tentativo di replica). Come è nato il progetto?

 

ED: Sfida è una parola che ben rappresenta non solo il progetto 1502, ma tutta l’attività di [dif-fù-sa contemporanea] e, in generale, direi, l’associazionismo tout court. In primis, è una sfida contro il tempo – ognuno di noi si dedica a dif-fu-sa nel proprio tempo libero - ma anche sfida contro la diffidenza nei confronti dell’arte che accade nel “qui e ora” e che quindi non è ancora stata né storicizzata né accreditata da alcuna voce autorevole. Inoltre, una sfida contro l’individualismo di coloro che gravitano attorno all’arte contemporanea, ma hanno intrapreso una strada solipsista.  

Con il termine dif-fu-sa, nonostante l’esplicita volontà di diffondere il linguaggio contemporaneo (è poi un linguaggio? Dovremo forse usare il plurale?), non vogliamo indottrinare nessuno. L’approccio educativo, nel senso tradizionale del termine, non ci interessa e non ci compete, soprattutto considerando che Forlì – la città della nostra sede – ha dato i natali a persone, più o meno giovani, con un curriculum artistico di tutto rispetto. Ci prendiamo, però, il merito di “lavorare insieme” per la realizzazione di un comune obiettivo di diffusione artistica, di uscire allo scoperto e di andare a occupare spazi (non solo fisici) che sono stati lasciati vacanti.

Possiamo dire che proprio da questo vuoto nasce 1502 e la nostra collaborazione con il Comune di Forlì, che ha voluto istituire un concorso per giovani artisti del territorio, in modo da delineare una mappatura di questi e compilare una sorta di data base, alla quale attingere per future collaborazioni.

Centro del progetto è l’Oratorio di San Sebastiano, meraviglioso esemplare rinascimentale in città, a cui si vuole dare una seconda vita, promuovendolo a location d’arte contemporanea. Questa sì che è una sfida per l’amministrazione che, aiutata da noi e da altre realtà culturali che lo vorranno, dovrà dare continuità alla valorizzazione del luogo, decidendo di ospitare progetti d’eccellenza, sia per oggetto sia per modalità allestitiva, che presentino una linea curatoriale precisa, in grado di offrire un’identità attiva a un luogo che, per ora, è, passivamente, solo un contenitore.

Bisognerebbe mirare alla stesura di un programma annuale, grazie al quale i visitatori dei Musei San Domenico non lascino Forlì – per lo più, infatti, questi vengono da fuori – senza aver visto anche l’Oratorio di San Sebastiano.

Anche il tema del concorso “effimero e precario” non manca di profondità: non affidarsi a un titolo generico ma cercare di stimolare una critica attuale può essere una forma di fiducia per il lavoro dei giovani artisti…

 

ED: In realtà il tema scelto è piuttosto generico, appositamente: non ci è sembrato giusto intrappolare gli artisti, costringendoli a lavorare su un argomento troppo specifico che avrebbe inevitabilmente escluso molti di loro.

Io, se fossi stata in loro, avrei fatto un sopralluogo all’Oratorio San Sebastiano, negli oltre tre mesi durante il quale il bando è stato aperto e avrei lavorato in maniera site specific. Il luogo stesso ha delle sue caratteristiche effimere e precarie; se fossi stata un’artista partecipante, avrei fatto una ricerca sul posto, in modo da rendermi conto dei suoi limiti – ad esempio, la ridotta possibilità di esporre a parete – e delle sue potenzialità – ad esempio, gli ampi spazi per installazioni a terra o per performance e gli angoli relativamente bui adatti a video o proiezioni. La mia prima preoccupazione sarebbe stata quella di far interloquire l’opera con lo spazio.

 

Un importante marchio di qualità del concorso è stata data dalla giuria. Spesso la formula del concorso porta ad usare nomi di risonanza solo per pubblicità che spesso nascondono operazioni marketing piuttosto che su un giudizio obiettivo. Come avete maturato la scelta delle personalità del mondo artistico e come si sono confrontati sulle opere dei giovani partecipanti …

 

ED: Ci è sembrato giusto chiamare varie professionalità, perché le opere potessero essere giudicate da più punti di vista, quello del gallerista, del direttore di museo, del curatore e dell’artista. Un’opera è fatta per essere ammirata, criticata, relazionata ad altre – di altri artisti, come di altri periodi dello stesso autore – è fatta per essere comprata e, eventualmente, inserita all’interno di una collezione. Un’opera ha destini eterogenei, tutti contemporaneamente possibili, e la commissione di 1502 ha ben rispecchiato questo elemento eterologo.

 

I vincitori, Noa Pane, Valeri e Bigi, hanno personalità ben distinte ma nell’esposizione finale si sono integrati come un unico corpus. Una sorta di dialogo ritrovato, nonostante la simile origine territoriale, ma molto diversi come esperienza e percorsi di lavoro.

 

ED: Sono decisamente artisti differenti, che dialogano tra loro, ma comunque lontani l’uno dall’altro per approccio, ricerca, interessi e risultato finale espositivo. Il riferimento tematico ha permesso l’allestimento di una mostra collettiva coerente e ha facilitato ragionamenti “comuni”, come ad esempio l’osservazione di un gusto per l’ossimoro che appartiene a tutti. Nonostante questo, sono tre artisti totalmente indipendenti l’uno dall’altro: Pane è interessata alle potenzialità dei materiali con cui lavora, che sfida costantemente, Valeri ha intrapreso un percorso di perfezionamento stilistico e sembra concentrarsi sulla tecnica o su un voluto allontanamento da questa. Infine Bigi propone il lavoro più riflessivo dei tre, nel senso di introspettivo, quasi psicologico, di ricerca identitaria

 

Chi tra gli altri artisti, tra quelli che hanno partecipato, avresti affiancato ai vincitori …

E con quali motivazioni

 

ED: Oltre alle opere vincitrici, i lavori che più mi hanno colpito sono quelli di Elena Hamerski, per la sua aderenza al tema, “presenza scenica” e potenzialità installativa, il suo essere un’opera “a terra”, senza strutture che interferiscono con il pavimento, un’opera orizzontale, su cui abbassare lo sguardo. Ho trovato interessante anche il lavoro di Veronica Lanconelli e Nicola Baldazzi; il loro mi sembra un interrogarsi sullo stesso mezzo fotografico, sulla sua autonomia, compiutezza visiva e dimensione narrativa. Infine, l’opera di Inserire Floppino, perché la carta strappata del collage è il medium effimero per eccellenza e, soprattutto, perché, grazie a un processo quasi sinestetico, la sua opera mi porta alla mente le atmosfere sonore di Piper at the Gate of Dawn dei Pink Floyd, un disco che ho ascoltato fino allo svenimento. Mi si perdoni il riferimento personale, forse poco professionale, ma d’altronde, negare i riferimenti autobiografici nel giudizio su un’opera è un po’ come credere che le notizie che ci giungono corrispondono a fatti obiettivi e non sempre un po’ all’interpretazione di colui che le veicola.

….Per fortuna non facevo parte della commissione!

 

Lara Vitali

 

 

 

 

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